Roma, 23 agosto 2025
Mi chiamo Lucia d’Andrea, sono nata a Roma il 13 dicembre 1955…. non mi chiamo Lucia per caso!
La mia infanzia è stata segnata dalla prematura scomparsa di mio padre. Da allora mia madre ha avuto un crollo psicologico e fortunatamente la mia figura di riferimento è stata mia nonna, con la quale ho vissuto insieme fino al mio matrimonio. Ci sono stati altri lutti (2 fratelli) che mi hanno fatto capire il senso della vita, che non bisogna sprecare neanche un attimo. E ora che sono qui, ancora di più, anche per non darla vinta alla società, piena di pregiudizi nei confronti dei carcerati. Se sapessero quanto è facile entrare qui!
Per me il mondo fuori è qui dentro. La galera non mi ha cambiata, mi ha rafforzata e, per fortuna, ho una famiglia che mi ama, fa il tifo per me e so che se sono qui è perché ho voluto prendermi cura di loro. I miei sono reati fiscali, ho ucciso le tasse e rubato ai ricchi per dare ai poveri, che in quel momento ero io!
Sono qui, come dicevo qualche riga più su, per mangiare, vestire, mandare a scuola i miei 3 figli, insomma, per campare in modo dignitoso.
Ho un fine pena, senza bonus, al 31/1/2028 ma, purtroppo avrò a breve la revoca dell’indulto avuto nel 2006, perciò si aggiungeranno 3 anni ma, considerando i miei 70’anni, dovrei finire di scontare la pena a casa. In più ho chiesto al Presidente della Repubblica la grazia parziale per questi tre anni in più. Vediamo!
Sono una privilegiata. Sto in cella singola. Dopo due anni ho potuto avere questo “privilegio” perché sono una universitaria e ho bisogno di tranquillità e uno spazio mio per studiare (ore 14,45-15,15 chiusura per conta ma a volte non chiudono ma si limitano a dirci di non uscire dalla cella e poi chiusura notturna 20,00-8,00).
Fortunatamente è la mia prima (e ultima) carcerazione.
Vi sembrerà strano! A me non pesa il fatto di non poter uscire, le sbarre, la chiusura… è il sistema, le regole che ci sono e che vengono sistematicamente infrante o interpretate a seconda di chi le applica o non applica, la burocrazia, la presupponenza di chi dirige i carceri, le assurdità, i ritardi (ho chiesto una fotocopia il 26/6, al “modico” prezzo di 0,97 centesimi (b/n) e ancora la sto aspettando). Ma questa è solo la punta dell’iceberg! Eventi duri, forse vi riferite a sommosse, non ce ne sono stati, ma ricordo lo scorso anno, il 12/11, quando vi fu una “perquisizione ministeriale” e alle 6 di mattina fummo letteralmente aggredite, tirate giù dai letti, perquisite, passate con il metal detector e fatte odorare dai cani. Senza poter coprirci con maglioni o altro, portate di forza in cortile (comprese le anziane e le malate). Quando è finita e siamo tornate in cella, dove c’era il caos assoluto, hanno sequestrato le tendine alle finestre, le presine per le pentole e 3 vasi da fiori con il “pericolosissimo” basilico, rosmarino e mentuccia. A nulla è valsa la mia protesta. Un “illuminato” sceriffo graduato mi ha risposto: “Non sono un agronomo, non so che piante sono!”. Meno male che sono una persona ironica. Ho pensato che lui nel sugo mette foglie di marijuana.
La cosa più bella è la gioia di quando vedi qualche donna che esce, libera o ai domiciliari. Questa esperienza mi ha fatto conoscere il meglio e il peggio. Io intrattengo regolarmente la corrispondenza con con donne che ho conosciuto qui, che sono fuori o in altri carceri e con le quali ho condiviso mesi qui dentro e le considero vere amiche.
Ho tre figli, una nuora, un marito (ex ma con il quale ancora ho rapporti) e due nipoti. Ho una sorella più grande, la quale ha due figli, di cui uno sposato e padre di una bambina. Sono legata anche a loro.
Soprattutto scrivo. Ho preso anche dei riconoscimenti, vado a scuola (per uscire e incontrare persone normali), faccio l’università e seguo qualsiasi corso mi interessi. Talvolta ne ho fino a 3 in un pomeriggio e allora mi divido tra tutti.
Farò la nonna e continuerò a lottare, scrivere, informare, parlare dell’inutilità del carcere, di quanto sia costoso, una marchetta per dare lavoro a manodopera meridionale semi analfabeta.
Me lo sono chiesta spesso come sarà quando con le valige e i pacchi sarò fuori dalla porta carraia. Sicuramente mi porterò le persone valide che ho conosciuto e che non abbandonerò. Lascerò la violenza, l’idiozia, la burocrazia, l’indifferenza, la presunzione di chi comanda o ha una divisa, che si crede migliore e ti tratta da bambina piccola a cui dire sempre “no” e se chiedi una valida spiegazione, la risposta è “perché no!”.
Credo di avervi abbastanza raccontato di me, un “bignami” di questi quasi 3 anni qui dentro. Chiedete a Fxxxxx di inviarvi i miei racconti, così potrete meglio capire di cosa parlo.
Nel mio futuro fuori, voglio scrivere l’ennesimo libro sul carcere. Sarà molto diverso da quelli scritti finora. Né uno stile Goliarda Sapienza, né uno stile come quelli universitari sociologici. Sarà un libro di satira… in carcere si ride anche!
Lucia d’Andrea










