Intervista a Rubina:

Mi chiamo Rubina Rovai, sono nata a Roma l’11.06.1981 da padre italiano di famiglia fascista e mima tunisien, quindi sono una senza patria, figlia del peccato, odio le frontiere e non sono poi neanche così orgogliosa di appartenere all’umanità, che di umano ha ben poco… Mi sento più una randagia, una viaggiatrice esteta che ha per casa la strada.

Il mio passato è stato privo di infanzia, ho conosciuto e vissuto cose atroci e l’essenza del male: razzismo, emarginazione, abusi, solitudine, fame, freddo, strada, stupro come prima esperienza e da quello la nascita di un figlio a 16 anni, strappato alle mie braccia dopo 3 mesi in ospedale che è stato il mio primo amore, dolore atroce e morte del cuore, il destino ha voluto quella notte un’ostetrica mi aiutasse perché in fondo ero solo una bambina, grazie a quell’aiuto ho saputo registrarlo in comune e dopo 20 anni l’ho potuto rivedere per sua scelta. Certo le mie utopiche battaglie furono inutili avanti alla domanda di adozione di un colonnello dei carabinieri e i falsi attestati che io, per 8 mesi, sapevo dove fosse e non mi ero preoccupata di cercarlo. Questa sicuramente è stata la perdita che ha segnato definitivamente la mia vita, al senso di non meritare il bene ma il male, non che nessuno dalla mia nascita mi avesse mai amato o insegnato che meritavo amore.

Del mondo che ho lasciato fuori mi mancano i miei due figli adorati, il grande che a ottobre avrà 27 anni ed il piccolo, il mio grande uomo che stimo, ammiro senza limiti e che mi fa essere piena di orgoglio per l’intelligenza che ha a 21 anni, ed è senza me da quando ne aveva 14. A lui devo chiedere scusa e a mio figlio grande, il mio fallimento nell’essere una madre degna dei miei meravigliosi figli. E’ l’unico imput ad maiora semper!

Mi mancano le mie adorate randagie Roma e Mia, non sono cani, più figlie femmine con una riserva no limits di amore incondizionato, mi manca il mare, guardare la vastità infinita che si perde nel cielo. Seguo da sempre Ghali, però ora anche Baby Gang. Non credo che parlino di giocare a fa i criminali anzi, vedo due ragazzi col timbro “non sarai nessuno riscattati” e grazie alle loro forze.

Ho preso 9 anni e 4 mesi in 5 giorni nel 2019 quando abusavo di crack e benzodiazepine. 4 anni per tentato omicidio, inutile dire non è come sembra…. Ho chiamato il definitivo in 1° grado contro il parere dell’avvocato perché l’ispettore mi aveva promesso un lavoro per poter aiutare mio figlio che nel 2019 aveva 14 anni e se la passava molto male. Mai avuto. Ho lavorato 13 ore al giorno per 100/200€ al mese pagando più di 100€ di mantenimento da definitiva. I lavori pagati bene dagli 800 ai 1200 andavano a detenute che portavano maglioni di Dior da 3000€. Evidentemente erano molto più bisognose, naturalmente mi hanno massacrata e rapporti e denunce quanto hanno potuto, la mafia del carcere è più di un sodalizio tra chi opera all’interno dell’intera gestione e detenuti eletti, intoccabili e con tutti i privilegi. Poi mentre vivevo nella fabbrica della penicellina ed ero tossica ma pure impaurita di stare lì dentro, sono apparsa 3 giorni in una piazza di San Basilio probabilmente perché non me ne ricordo, comunque sono diventata mafiosa. 7 anni e 8 mesi in primo grado, 4 anni e 8 in secondo visto che una telefonata degli organizzatori diceva che la tossica, cioè io, dovevano levarsela di mezzo. 73/74 ostativo e poi Tor Bella Monaca, pure lì massacrata, ho preso 6 mesi in cui ho fatto incidente d’esecuzione, tre fogli che dicono che avevo 10 pezzi, 10 involucri, 10 ovuli senza peso né sostanza attiva e anche che gli ho dato il nome falso Rubina Rovaia quando avevano il mio passaporto. Mi hanno ricoverata al protetto Casilino facendomi 13 anestesie e 2 camere iperbariche. Ero quasi morta, pesavo 37 kg e credetemi è stato come se terroristi mi massacravano. In totale con il cumulo 9 anni e 2 mesi, sono qui dal 16 maggio 2019 e finirò il 15 luglio 2028. Sono ai comuni, reparto cellulare ostativa, trattata come una bestia, tanto non ho nessuno al mondo, né colloqui, possono fa di me ciò che vogliono ed io ormai non mi ribello più. Tutto ciò anche se oltre la tossicodipendenza sono stata riconosciuta invalida con totale e permanente inabilità lavorativa 100% art.2 e 12 l.118/71, portatore di handicap in situazione di gravità ai sensi art.3 comma 3 l.5.2.1992 n.104.

Naturalmente mi è stata negata anche la grazia e visto che ho 450€ di pensione pur non avendo nessun colloquio vengo trattata come una che ha soldi e non mi danno neanche un paio di mutandine o un bagnoschiuma dalla Caritas.

Ho iniziato la mia pena a Rebibbia femminile. Un mese sono stata mandata a Trento perché avevo denunciato di aver subito un abuso prima di entrare (cosa che non rifarei, se denunci un abuso il processo è peggio dello stesso abuso). Comunque al carcere di Trento un mese, oltre al dottore africano che mi ha detto di non potermi visitare perché lui un uomo ed io una donna, con il quale mi sono scusata sottolineando la mia ignoranza ad aver pensato che lui fosse un medico e io una paziente. Si stava benino, pulito , tecnologico, la seconda volta che mi ci volevano portà a 100 metri dal cancello reparto cellulare, per aver risposto male so stata massacrata e quasi ammazzata nel blindo del trasporto poi ributtata qui. Le detenute, sentendo tutto, hanno fatto una battitura per me, quindi sono stata denunciata pure per istigazione alla rivolta. Ho fatto una settimana a Civitavecchia e un mese a Pesaro, dopo un’altra denuncia per nervoso in una discussione qui a Rebibbia per avere gli occhiali da lettura, sono caduta a terra senza fiato ma non svenuta. Un’infermiera mi ha bloccato il braccio per iniettarmi qualcosa, mi ha spinto il braccio con il suo ginocchio. Era Tranquirit a loro dire ma l’effetto è stato quello di una crisi isterica dove ho tirato uno zaino che ha colpito una guardia. Dichiarazione ufficiale l’ho picchiata. A Pesaro mi sono tagliata tutta per tornare a Rebibbia riuscendo a diplomarmi al 5° anno di alberghiero con 76 su 100, conoscendo un pilastro della mia vita la mitika prof. di italiano der core mio. Ma la mia non è la storia più dura. Sono una guerriera e non mi arrenderò mai alle loro ingiustizie, non potranno piegarmi o convincermi a leccargli il culo, ma qui sono tante le persone abbandonate a meno che non sei bella e disponibile o qualcuno di cui temono le ritorsioni esterne, o che sono sul loro libro paga perché i servi dello Stato arrotondano, si drogano e intrattengono rapporti con alcune detenute!!! Invece la massa vive nel sudiciume. Ad oggi ci sono focolai di tubercolosi, pidocchi, sifilide, scabbia e non solo, nel reparto camerotti e anche peggio in infermeria, chiusura totale, le persone sembrano zombie. Io ad esempio nella mia terapia ho 600 di quietapina, 600 di tolep e gocce a volontà. Dovrei essere un’automa, sono arrivata da 39 a 120 kg in sei mesi e ora è stata dimezzata. Sono stata due anni senza camminare. Sono troppi da raccontare perché qui non siamo detenuti che stanno espiando una pena ma prigionieri di Stato privati della dignità di esseri umani e se non ti va bene prendi rapporti per dire la verità. Ma se devo essere una pecora sarò sempre quella nera!

I momenti d’evasione sono legati alla scuola, l’unica attività che con resilienza ho preteso ed è stata una sfida, una vittoria ma soprattutto un percorso meraviglioso, sopra questo solo vedere il mio figlio minore nei pochi colloqui che mi hanno dato forza. Ho solo i miei due figli nel cuore, la mia prof ed io che più mi dicono che non ce la farò più mi sento determinata a crescere, migliorarmi e smentirli! Ora la mia passione è leggere. Ho letto la Magnani, attrice che io amo tanto, poi “quando il mondo dorme” e “ogni mattina a Jenin”, libro con il quale mi sono trovata totalmente immersa in un turbine di mille emozioni. Ora sono ferma, ho deciso di cogliere la possibilità di scrivere che mi piace altrettanto forse non tanto per comunicare, ma per ricordarlo a me come se alla fine fossi io la destinataria di tutto questo per cui ho dovuto fare non poco lavoro, ma infine mi sono accettata e anche amata solo per ciò che sono, semplicemente. Mi porterò dentro il senso di marcio di questo posto, il conoscere le persone fino a togliergli la maschera, la grande disperazione, il dolore, l’impotenza e anche la solidarietà, perché in tutto questo male c’è pure il bene, c’è l’amicizia e la condivisione, non mi potrò dimenticare mai la forza che nasce nello sfinimento, l’allegria dei momenti e i pianti disperati, la separazione e l’unione, le liti e gli strilli, le battiture, il desiderio di riscatto, il desiserio di morire purché tutto finisca, gli amori, i tradimenti e le passioni, il sapere tutto di tutte, essere giudicate, fraintese ma nonostante tutto la pace nel silenzio della notte. Aver creduto a chi ti ha tradita e aver dubitato di chi ti ha curato e aiutato e, nonostante tutto, la persona che ti cambia la vita, la più vicina e la più lontana, qualcosa che ci divide ma non ci separa, anzi ci unisce, a cui dedicare la canzone dei Boomdabash “per un milione”. Quello che desideri esca con te è il meglio, il sogno, la libertà oltre queste mura, il resto voglio lasciarlo alle spalle insieme a questi 44 anni prigioniera della mia vita. C’è una cosa che ho imparato in carcere, anzi due, una è godermi le piccole cose e l’altra fregarmene del miserabile giudizio degli altri. Io sono come sono, a tutti voglio dire che comunque vada non ho rimorsi, nonostante mi sono inflitta e ho subito tanto male, ho imparato che il dolore passa, la dignità è per sempre, ed ho conosciuto così tanto male forse solo per amare con più intensità il bene in tutte le sfumature.

Spero dal più profondo del cuore che le persone smettano tutte queste atrocità a cui il mondo resta sordo, cieco e muto, ma scusatemi non credo nella società malata, quindi vi auguro di essere resilienti e lottare per i diritti, e se anche siete stremati non arrendetevi.
In bocca al lupo.
Matricola 19187.

Rubina Rovai

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