Domenica 19 luglio Abderrahim Fakir viene ucciso durante un fermo di polizia nel quartiere Pilastro di Bologna.

Il video registrato da un residente immortala la lenta agonia di un uomo braccato a terra e restituisce la drammaticità di un’unica narrazione possibile di quei fatti. Quel corpo che ora giace sull’asfalto è di una persona che ha lottato fino all’ultimo per la sua sopravvivenza, ha chiesto invano aiuto a chi aveva intorno. Aiuto che gli è stato negato. Non prendeteci per il culo: non è un malore che ha ucciso Fakir, non è lo stato di agitazione, sono stati due poliziotti sopra di lui ad ammazzarlo (uno addirittura gli spruzzava anche lo spray al peperoncino in faccia mentre lui lottava per non morire). Ma Fakir non è morto sotto il peso soltanto dei due poliziotti assassini, è stato schiacciato da decenni di criminalizzazione dello straniero, leggi contro la libertà delle persone, istituzioni create per imprigionare, torturare, escludere, isolare e che hanno messo soltanto la brutalità e violenza delle divise a gestire un conflitto sociale sempre più dilagante.
Perchè qui dilagante è la povertà, dilagante è il futuro negato, il sogno infranto di esistere senza essere schiavi oppressi e sfruttati. E a tutti quei giovani che oggi lottano nelle strade e che si scontrano contro questi muri costruiti da razzismo e violenza di Stato va tutto il nostro sostegno e complicità. Grazie per aver rovinato la festa a sindaco e partiti vari, e a chi non ha ancora capito che non esistono poteri buoni.
Fakir è stato ucciso dai decreti sicurezza voluti dal governo fascista di Meloni e Mattarella, leggi che consentono oggi ai suoi aguzzini di continuare come nulla fosse la loro quotidianità criminale grazie allo scudo penale. La loro sospensione dal servizio sarebbe stato il minimo, almeno per rispetto della persona deceduta, in un flebile ultimo rantolo di una democrazia mai esistita.
Oggi a Bologna e in Italia è in corso una guerra civile (diamogli una buona volta il giusto nome) tra chi vuole i decreti sicurezza, sbirri ovunque e remigrazione, e chi non ha nessuna intenzione di morire sull’asfalto, ammazzato da due assassini in divisa. Siamo di fronte a due universi che non possono coesistere, è una questione di sopravvivenza: o noi, o loro. L’indignazione non basta più e non servirà a garantirci un futuro. La nostra lotta deve diventare resistenza, resistenza contro le istituzioni oramai totalmente impregnate del fascismo più nero. L’Italia oggi è una dittatura ma il futuro ci darà ragione: come in tutti gli Stati di polizia, giudici e sbirri verranno restituiti alla storia come nemici del popolo. Riprendiamoci le strade, i quartieri, le nostre periferie, liberiamole dalla loro arroganza. Questa è la nostra guerra di liberazione! Assieme possiamo combatterli. Riprendiamoci i nostri diritti e la nostra libertà perchè l’oscurità avanza ogni volta che lasciamo che una luce si spenga. Rispediamo i razzisti e i fascisti nelle fogne da dove sono arrivati!
Verità e giustizia? La verità la conosciamo già: Fakir è stato ammazzato dallo Stato. Giustizia? non ce la darà mai l’aula di un tribunale. Mentre ci stringiamo al dolore della famiglia e di amici e amiche di Fakir, le nostre lotte vanno avanti non solo per lui, anche per tutte quelle persone schiacciate dal peso letale di un’esistenza insostenibile, le vittime del razzismo di Stato, del fascismo istituzionalizzato, delle discriminazioni sociali, dell’indifferenza. Libertà per tutte e tutti, contro ogni forma di autorità.
Assassini! Non dimenticheremo mai Fakir, ma di certo non lo dimenticherete neanche voi.













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